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Il dizionario del MSF

Radio libere

Ora sono decine. Locali, localissime, regionali, nazionali. Di musica commerciale, solo rock, magari suddiviso per decenni, o solo jazz o solo classica, sportive, con o senza informazione. Ma fino al 14 aprile 1975 di radio c’era solo la Rai à http://it.wikipedia.org/wiki/Rai. Trasmetteva dal 1937 come Eiar à http://it.wikipedia.org/wiki/Ente_Italiano_per_le_Audizioni_Radiofoniche, con il primo canale che ogni domenica, dal 1960, fa la radiocronaca delle partite con “Tutto il calcio minuto per minuto” à http://it.wikipedia.org/wiki/Tutto_il_calcio_minuto_per_minuto. Nel 1950 decolla il Terzo programma, canale culturale sul modello di esperienze analoghe, come la Bbc  à http://it.wikipedia.org/wiki/BBC_Radio  inglese.

Anche dentro la Rai qualcosa di quello che negli anni Sessanta ribolle in mezzo mondo finisce per arrivare. Dal 16 ottobre 1965 al 9 maggio 1970 va in onda sul Secondo Programma “Bandiera gialla” à http://it.wikipedia.org/wiki/Bandiera_gialla_(programma_radiofonico), trasmissione dedicata alle novità mondiali della musica e destinata a un pubblico giovanile. La conducono Gianni Boncompagni  à http://it.wikipedia.org/wiki/Gianni_Boncompagni e Renzo Arbore  à http://it.wikipedia.org/wiki/Renzo_Arbore che dal 7 luglio 1970 al 2 ottobre 1976 – e poi di nuovo fra il 2 gennaio 1979 e il 30 settembre 1980 – rompono gli schemi tradizionali con i personaggi di “Alto gradimento” à http://it.wikipedia.org/wiki/Alto_gradimento: Mario Marenco, Giorgio e Franco Bracardi, Marcello Casco ed altri.

Ma la trasmissione che diffonde e fa conoscere la musica rock e pop è “Per voi giovani” à http://it.wikipedia.org/wiki/Per_voi_giovani . Va in onda dal 1966 al 1976.

Lo stesso anno dell’avvio di “Per voi giovani”, Radio Monte Carlo  à http://it.wikipedia.org/wiki/Radio_Monte_Carlo inizia a trasmettere su frequenze in modulazione di ampiezza dal Principato di Monaco in italiano, facendo pubblicità alle sigarette, cosa vietata in Italia, diffondendo un linguaggio informale e facendo conoscere anche le canzoni "oscurate" dalla Rai. Si riceveva solo sulla costa tirrenica mentre su quella adriatica arrivava il segnale di Radio Capodistria à http://it.wikipedia.org/wiki/Radio_Capodistria, emittente che proponeva uno stile di conduzione vivace.

Sono le premesse per il fenomeno delle “radio libere” che esploderà negli anni ’70 con un piccolo anticipo alla fine degli anni Sessanta, quando un flebile segnale giunge da una piattaforma artificiale di 400 mq costruita a partire dal 1958 a 11,6 km al largo della costa romagnola, fuori delle acque territoriali italiane dall'ingegnere bolognese Giorgio Rosa che la autoproclamò Stato indipendente battezzato in esperanto Insulo de la Rozoj, isola delle Rose à http://it.wikipedia.org/wiki/Isola_delle_Rose_(micronazione), dotata di valuta sua propria, il Milo, bandiera, francobolli e addirittura un inno.

Il sogno di Giorgio Rosa, di sua moglie Gabriella Chierici e di uno sparuto gruppo di utopisti per lungo tempo accusati di voler solo creare un paradiso extraterritoriale da cui trarre vantaggi di natura commerciale, naufragò nel febbraio 1969 quando i tralicci su cui sorgeva furono distrutti dopo che l’isola fu invasa dalla polizia.

La prima radio libera italiana è stata Radio Parma. Iniziò le trasmissioni il 1 gennaio 1975 con un apparecchio di limitata potenza, 22W, sufficiente tuttavia a far sentire quelle voci in tutta la città emiliana. Le altre spuntarono come funghi o, si potrebbe dire come “Cento Fiori” ð che fu il nome dell’emittente fiorentina, fondata da alcuni ex militanti del Movimento studentesco fiorentino, che iniziò a trasmettere il 1° maggio 1979.

Nel frattempo il Parlamento aveva finalmente approvato il 14 aprile 1975 la riforma della Rai e, più in generale, dell’emittenza radio televisiva con la Legge n. 103  à che trasferì il controllo del servizio pubblico e della società concessionaria dal Governo al Parlamento per garantire maggior pluralismo all'informazione; confermò il monopolio dello Stato sulle trasmissioni radiotelevisive a diffusione circolare; aprì appositi spazi all'interno dei palinsesti destinati a sindacati, confessioni religiose, movimenti politici, enti e associazioni politiche e culturali, gruppi etnici e linguistici e altri gruppi di rilevanza sociale che ne facciano richiesta: i programmi dell’accesso; dette vita alla terza rete televisiva avviando quel processo poi ribattezzato lottizzazione, ovvero sia la spartizione dei tre canali ai principali partiti presenti in Parlamento: Rai 1 alla Democrazia Cristiana, Rai 2 al Partito Socialista e Rai 3 a quello  Comunista.

La legge, inoltre, regolamentava le trasmissioni via cavo e nel primo comma dell'art.1 introduceva una magica parola: "circolarità". La "diffusione circolare" era riservato allo Stato e poteva essere intesa come copertura a 360° oppure come diffusione di tipo nazionale, a copertura totale. Quanto bastava per lasciare spazio alle radio libere che, finalmente, potevano trasmettere su scala locale senza più i frequenti sequestri delle attrezzature da parte della Polizia Postale su denuncia della Rai.

Nel 1976 la Corte Costituzionale ribadì l’interpretazione estensiva della legge dando torto a numerosi pretori che avevano tentato di vietare le trasmissioni in ambito locale.

In pochi anni, forse mesi, tutte le frequenze disponibili vennero occupate da centinaia di emittenti. Ce n’era per tutti i gusti.

Cantava Eugenio Finardi à http://it.wikipedia.org/wiki/Eugenio_Finardi: «Amo la radio perché arriva dalla gente / entra nelle case e ci parla direttamente / e se una radio è libera, ma libera veramente / piace ancor di più perché libera la mente».

Celebrava quelle emittenti che si proponevano di essere uno strumento di informazione libera e "non invasiva". Il nuovo strumento di comunicazione consentiva di far partecipare gli ascoltatori, farli intervenire con le telefonate nei dibattiti o aggiornare in diretta l’evoluzione di un avvenimento in corso o, ancora, fare dediche e richiedere canzoni.

Il fenomeno coinvolse decine di migliaia di persone, perlopiù giovani, che trovarono nelle radio libere un nuovo modo di dare senso alle proprie vite.

In genere erano realizzate con investimenti modesti e coperture limitate. Avevano programmi semplici che spesso scimmiottavano stili di conduzione mutuati da emittenti americane o inglesi e di impronta qualunquista, anche se in breve tempo, accanto a quelle di intrattenimento, si svilupparono le radio con una connotazione politica. Prevalentemente di sinistra, ma anche cattoliche e di destra.

Da ricordare Radio Milano Centrale da cui poi nascerà Radio Popolare, Radio Alice  à http://it.wikipedia.org/wiki/Radio_Alice di Bologna che svolgerà un ruolo determinante per il movimento del '77, Radio Città Futura e Radio Onda Rossa, entrambe di Roma, e infine a Firenze Controradio à http://it.wikipedia.org/wiki/Controradio_(Firenze) e Radio Centofiori. 

Massimo Bellomo

 

Volantino

 

Il primo significato che dà il vocabolario della Treccani è quello del diminutivo dell’«organo di manovra, a forma di ruota o di disco, applicato a impianti elettrici, idraulici o meccanici». Ovvero sia un volante di dimensioni ridotte, più piccolo degli altri, quello che probabilmente usano i piloti di formula 1.

Ma il significato che qui si prende in considerazione perché in questa accezione veniva abbondantemente impiegato da chi andava a scuola negli anni Settanta è quello di «Foglietto volante pubblicitario o propagandistico, o comunque informativo, distribuito al pubblico».

Quelli “pubblicitari” li fanno ancora: nella cassetta della posta il runner pizza o la rosticceria etnica che la lattina di Coca Cola la comprendono nel prezzo; sulle seggioline dell’ambulatorio medico la finanziaria o il compro oro, auspicando che si faccia come un tempo al banco de’ pegni; al finestrino dell’auto le braccia dell’imbianchino o del traslocatore pronte a sbracciarsi per raccattare qualcosa.

Anche quelli “propagandistici” talvolta si vedono in giro. Solitamente nei 15 giorni prima delle elezioni, con grandi faccioni di gente che fra due settimane sparirà dai nostri orizzonti per comparire solo in tv e non è detto sotto il simbolo per il quale è stata votata.

Rari, rarissimi, anzi pressoché inesistenti, ormai, invece, quelli semplicemente “informativi”. Il Movimento studentesco fiorentino, ma anche la maggior parte delle altri organizzazioni politiche e non solo giovanili, proprio di questi si servivano per far sapere. Cioè informare, rendere partecipi e mettere a conoscenza: prevalentemente di uno sciopero, o di una manifestazione o di una assemblea che si sarebbero tenuti di lì a poco, il giorno stesso o in quelli seguenti, ma soprattutto dei motivi che stavano all’origine di quella protesta o di quel bisogno di stare insieme.

Poteva essere una strage come quella dell’Italicus à http://it.wikipedia.org/wiki/Strage_dell%27Italicus o di piazza della Loggia à http://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_piazza_della_Loggia , l’uccisione o il ferimento di qualcuno da parte dei terroristi, di Guido Rossa à http://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Rossa  o di Carlo Casalegno à http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Casalegno o di Vittorio Occorsio à http://it.wikipedia.org/wiki/Vittorio_Occorsio o di Emilio Alessandrini à http://it.wikipedia.org/wiki/Emilio_Alessandrini, un importante fatto avvenuto in un paese lontanissimo, il Cile, il Vietnam, la Spagna o il Portogallo.

Sostituiva in parte quello che oggi dicono le tv, rimbalza sui giornali e, più che altro, echeggia in rete, soprattutto sta racchiuso in un tweet.

I volantini, invece, avevano bisogno di un foglio formato A4, 216 × 279 millimetri, ma più che altro la metà di un A4, probabilmente in gergo un B5.

Venivano stampati al ciclostile ð http://it.wikipedia.org/wiki/Ciclostile a un ritmo che difficilmente arrivava ai 100 al minuto, sempre che il macchinario non si inceppasse. E venivano distribuiti ad uno ad uno porgendoli direttamente nelle mani della persona a cui si intendeva fornire quelle informazioni, sperando di contattarli tutti.

Buttarli nel cestino o peggio stracciarli o appallottolarli sotto gli occhi di chi li aveva distribuiti era un atto di guerra, come quando i cavalieri si gettavano il guanto in volto per invitare al duello. Anche non prenderli con aria di derisione e contrarietà equivaleva ad innescare una sfida, che talvolta poteva anche degenerare in violenza. Il che tra avversari avveniva.

Era d’obbligo per legge riportare la scritta “ciclostilato in proprio”, indicando un indirizzo dove eventualmente risalire agli autori del volantino, ed il nome di un responsabile. Quelli del Movimento studentesco fiorentino riportavano come sede via Guelfa 64 rosso, dove si trovava la casa del popolo à http://it.wikipedia.org/wiki/Casa_del_Popolo  Vecchio Mercato e si riunivano i militanti dell’organizzazione. Ma il più delle volte venivano stampati nel sotterraneo di via Alamanni dov’era la federazione provinciale del Pci e della Fgci.

In teoria alcune copie dei volantini si sarebbero dovute consegnare alle autorità competenti. Per lo più rimase una teoria.

Una libreria formata da assi di legno suddivide e tenute in piedi da mattoni è stata per un po’ di tempo il distributore dei volantini, dove il responsabile di una determinata scuola trovava il proprio pacco nelle quantità debitamente calcolate in base al numero di studenti.

Mettere il proprio nome accanto alla scritta “responsabile” era tante volte davvero un modo per prendersela quella responsabilità, forse un modo di sentirsi adulti anzitempo.

Il vocabolario Treccani riporta per il termine volantino anche i significati di: a) Piccolo volant (raro); b) Rete da posta alla deriva usata nel Garda per la pesca del carpione, calata a profondità diverse a seconda della stagione; c) Lenza speciale fatta con crini neri cui nella porzione distale si attaccano da sei a dodici crini secondarî portanti gli ami; con questa lenza si pescano menole, boghe, ecc.; d) Colomba domestica impiegata come richiamo negli appostamenti fissi di caccia ai colombacci, addestrata a raggiungere i branchi dei colombacci e delle colombelle migranti e a guidarli vicino al palco ove sono appostati i cacciatori.

A ben pensarci anche il significato originario, quello di piccolo volante, uno strumento che guida, insomma, non di qualcosa che vola e scappa via, non sembra affatto inappropriato.

Daniele Pugliese

Slogan

Delle numerose parole meritevole di stare in questo Dizionario del Movimento studentesco fiorentino – di modo che chi di quell’esperienza vissuta da tanti giovani sa poco o nulla, perché magari allora non era nemmeno nato, possa farsi un’idea ed avvicinarsi agli ideali che mossero quella generazione – il termine “slogan” probabilmente è fra i meno ignoti.

E tuttavia al posto di esso probabilmente si preferisce Tag Line à o Claim o più impropriamente Headline, derivando dal mondo della pubblicità una frase, anche stringatissima, che viene gridata, e tuttavia capace di esprimere un concetto in modo efficace, attirare l’attenzione, suscitare qualcosa a livello inconscio, invogliare all’acquisto.

Slogan, oggi, è infatti prevalentemente utilizzato in contesti pubblicitari, anche se, come si è detto, gli si preferiscono altri anglicismi, quelli citati prima o anche Pay-off, Heading, Baseline.

L’altro contesto in cui ancora abbondantemente si usa la parola slogan è quello calcistico, nel quale, purtroppo, dimenticando il valore del gioco, spesso mantiene il significato originario di «grido di guerra».

Slogan, infatti, è parola di origine scozzese: sloghorne, che deriva dal gaelico sluaghghairm. Sluagh è «esercito» e gairm «grido» e sluaghghairm «grido di guerra».

Lo definisce il vocabolario Treccani http://www.treccani.it/vocabolario/slogan/ : «Breve frase, incisiva e sintetica, per lo più coniata a fini pubblicitarî o di propaganda politica, che, per ottenere un effetto immediato ed essere facilmente memorizzabile, si avvale spesso di accorgimenti ritmici, della rima, di assonanze o allitterazioni, oppure è esemplata secondo lo schema usuale dei proverbî».

A differenza di quelli della maggioranza silenziosa à, volutamente muti, i cortei à spesso sono caratterizzati dagli slogan che vengono ritmati, gridati, scanditi durante la marcia. Per lo più servono a esprimere, in poche parole per lo più in rima o comunque armoniose e cantabili, le ragioni per cui si manifesta, si scende in piazza, ci si riunisce e insieme si sfila per la città.

Gli slogan del Movimento studentesco fiorentino, come anche quelli di altre organizzazioni politiche dell’epoca, seguivano talvolta il ritornello di una canzone popolare o divenuta celebre, ma anche di famose sigle o reclame pubblicitarie riprese da Carosello à.

Per esempio dal refrain di un dado che diceva: «Se ti resta ancora un dubbio / tanto semplice è provar / la minestra vale il doppio / con il doppio brodo Star», ne era derivato: «Se ti resta ancora un dubbio / tanto semplice è provar / Movimento studentesco / con le masse popolar».

Rivendicavano la riforma della scuola, osteggiavano i rigurgiti fascisti, condannavano le stragi à, indicavano obiettivi a breve e a lungo periodo, comprese molte utopie à, denigravano gli avversari o enfatizzavano i propri meriti, inneggiavano ai miti in cui si credeva.

In linea di massima nascevano spontaneamente e si tramandavano per via orale, ma per un po’ qualcuno veniva incaricato di inventarne di nuovi, di raccoglierli in un foglio ciclostilato à che veniva poi distribuito a chi guidava i cortei.

Obiettivo di questo sito e dell’associazione che lo promuove è di raccogliere tutto il materiale dell’epoca, slogan compresi. Per cui, chiunque ne ricordi anche uno solo, sia che fosse del Movimento studentesco fiorentino o di altre organizzazioni, è pregato di mandare una e-mail a ciclostilatoinproprio@gmail.com. Lo pubblicheremo citandone la fonte.

P.S. È opportuno ricordare che un conto è usare gli slogan, un altro è parlare servendosi di essi o, come si dice, parlare per slogan. Abitudine da dimenticare, qualunque età si abbia.

Daniele Pugliese

Il lemmario

L'indice del dizionario del Msf

 

Colla di pesce

Dazebao

Orgasmo, teoria del

Radio libere

Slogan

Volantino

 

Cos'è il dizionario del Msf

In questa sezione del sito saranno inserite parole, sigle, espressioni che costituivano il gergo quotidiano della generazione studentesca degli anni Settanta, termini che in alcuni casi a un giovane di oggi potrebbero risultare totalmente ignoti e sconosciuti. Pian piano, a cura di chi visse quell'esperienza, di pugno proprio o derivando da vocabolari, dizionari, enciclopedie che contengano già quei lemmi, cercheremo di dar conto del significato delle parole indispensabili per conoscere quell'esperienza: Anfibi, Assemblea, Autonomia Operaia, Ciclostile, Collettivo, Dazebao, Fronte della Gioventù, Celtiques, Indiani metropolitani, Intergruppi Nar, Prima linea e così via.

Chi ha delle idee o voglia di scrivere una voce può mandare una mail a ciclostilatoinproprio@gmail.com

Ciclostilato in Proprio